“Transmedia”, ha senso sul biglietto da visita?

Transmedia

Cercare un nuovo nome per il “transmedia” è come guardare la TV trash. Dentro di te sai che dovresti smettere, che non ti porta da nessuna parte, eppure non riesci a farne a meno. Ti risucchia.

L’altro giorno stavo scorrendo una valanga di tweet e post ispirati al Power to the Pixel, e ho sentito subito nell’aria l’elettricità di una nuova, estenuante, liturgia collettiva: “Ma dobbiamo davvero continuare a chiamarlo transmedia?” E puntualmente, ecco la scintilla:

“Se usi la parola ‘transmedia’ stai buttando un sacco di soldi in biglietti da visita.” – Elan Lee, via Indiewire, ottobre 2013.

Ora, un piccolo promemoria: transmedia significa transmedia. Punto. Potremmo imbastire un infinito dibattito accademico sul fatto che, linguisticamente, non catturi tutta la potenza di fuoco del racconto multipiattaforma, dell’empowerment del pubblico o delle narrazioni fatte di eventi live. Ma la verità nuda e cruda è che non gliene frega niente a nessuno. Abbiamo tutti una smania irrefrenabile di battezzare le cose con un nome, e abbiamo tutti, più o meno consapevolmente, deciso che quel nome è “transmedia”.

Facciamocene una ragione. “Internet” è forse il modo meno affascinante per descrivere quello che Internet fa davvero. “World Wide Web” suona molto più accogliente (a meno che i ragni non vi mettano i brividi). E allora? Tutti i termini con il trattino sono condannati a non entrare mai davvero nella testa delle persone: cross-platform, cross-media, multi-platform, multi-media. Sono scomodi, richiedono quel maledetto tasto shift o, peggio, su un tablet ti obbligano a cambiare schermata per trovare il simbolo giusto. Cancelliamoli dalla lista, una volta per tutte. Se ha un trattino, eliminatelo senza pietà.

C’è una certa tribù di fanatici del transmedia che va in visibilio per le etichette. Per favore, fermatevi. Smettetela. Al pubblico non importa nulla della tassonomia. L’unica cosa che gli interessa è sapere che non li state incollando all’ennesima storia lineare e monocorde su un singolo schermo. Vogliono sentire che c’è della magia là fuori, qualcosa che scorre vivo tra uno schermo e l’altro, tra un luogo e una piattaforma. Dimenticate le definizioni da addetti ai lavori. Preoccupatevi solo di essere dei buoni maghi.

Certo, un giorno, inevitabilmente, una parola nuova prenderà il sopravvento e soppianterà tutto il resto, proprio come “googlare” ha fagocitato l’atto di “cercare sul web”. Ma fino a quando quella scintilla non scatterà, fino a quando non arriverà un termine potente, organico e senza trattini a prendersi la scena, fate una cosa semplice: ripescate quei biglietti da visita dal cestino, toglietegli i fondi di caffè, fate un bel respiro e continuate a chiamarlo con il suo nome. Transmedia.

“Transmedia”, ha senso sul biglietto da visita?

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