Beast, lo street artist sbucato dalla nebbia (che regala sorrisi alla città)

Beast lo street artist sbucato dalla nebbia

Milano, una sera qualunque. Sopra la testa dei passanti troneggiano pannelli pubblicitari da trenta metri quadrati. Nessuno li guarda più, fanno parte dell’arredamento urbano, rumore visivo a cui abbiamo fatto il callo. Poi, all’improvviso, qualcosa di diverso. Una cornice dorata, di quelle importanti, appesa a un palo, a un muro, a un treno. Dentro, un tizio vestito punk che fa il dito medio. Ti avvicini e scopri che quel tizio è Matteo Renzi.

Poco più in là, un’altra cornice: un gruppo di noti politici in costume da bagno ride mentre qualcuno soccorre un Napolitano seminudo. È una galleria a cielo aperto, diffusa per tutta la città. Collage, fotomontaggi, vignette. E in fondo a ogni immagine, una firma: Beast.

Sul sito beastmaster.tv il mistero si infittisce. Chi c’è dietro? Lo abbiamo incontrato in una nebbiosa serata milanese per scoprire che questo artista sta facendo doni alla città, e che il suo lavoro ha molto più a che fare con il subvertising di quanto si possa immaginare. Il lavoro di Beast è la manifestazione visiva di ciò che la Guerrilla SEO fa nell’ombra: strappare visibilità alle piattaforme senza pagare dazio.

“Nella vita faccio un lavoro normale”, esordisce. “Beast è un completamento libero, senza intenti commerciali. Non vendo niente, perché probabilmente ho violato così tante leggi sul copyright che non potrei vendere un centimetro di quello che faccio. E preferisco sia così.”

Tecnicamente sono collage, semplici. “Non so disegnare una ‘o’ col bicchiere. Solitamente il mio lavoro viene classificato come street art, ma negli ultimi anni questa definizione è cambiata. Persone come Roa, Faith47, Phlegm hanno alzato l’asticella in modo vertiginoso. Io non appartengo a quella cerchia. Sono un vignettista, mi interesso di politica e società, e cerco quasi sempre di farti ridere.”

Il metodo è tanto semplice quanto efficace. “Ho un archivio fotografico imponente, centinaia di foto catalogate per argomento. Quando ho un’idea, cerco la foto giusta. E capisco di aver fatto bingo se rido mentre faccio il compositing. Se ti diverti a farlo, è probabile che diverta anche qualcun altro.”

Il cuore del suo intervento è esattamente il territorio del subvertising. “Ho lavorato in pubblicità per dieci anni, in Italia e all’estero. Conosco bene quel mondo, i suoi pregi e i suoi difetti. Ma il problema resta il messaggio. Prova a immaginare un suono per ogni pannello pubblicitario: quei trilocali verticali da 80 metri quadri che ci sovrastano, hai idea di quanto strillino? È come avere un cocainomane che ti urla a tre centimetri dall’orecchio. E non dicono niente di buono, quasi sempre provano a farti sentire inadeguato. O a far sentire la mia ragazza inadeguata. Il concetto subdolo è sempre lo stesso. Le agenzie pagano per esporre payoff da venti metri sul Duomo e nessuno dice niente. Il Comune incassa, e la domenica mattina manda a cancellare le tag di Sneg. Fa ridere, no?”

Le cornici da 18×24 centimetri di Beast nascono qui: un tentativo, per sua stessa ammissione fallito, di riequilibrare il gioco. “Però ieri c’era un signore di settant’anni che camminava davanti a me in Ticinese. Si fermava a ogni singola cornice e se la rideva. Sopra la sua testa c’era un pannello da trenta metri quadri, e manco l’ha visto. Io ho speso cinquanta euro, l’agenzia di turno cinquantamila. Chi ha vinto, per una volta?”

Le immagini spariscono spesso, staccate da mani anonime. Ma invece di infastidirlo, la cosa lo riempie di gioia. “Non c’è niente che mi renda più felice che passare e vedere qualcuno ridere davanti a un mio quadro. Li appendo come regali alla città, e se a qualcuno piace così tanto da portarselo via, significa che ho fatto un buon lavoro. Inoltre dopo un po’ mi stancano, anche le mie immagini, e loro mi liberano lo spazio per metterne di nuove.”

Niente volto pubblico, niente nome di battesimo. Non è mistero costruito, ma una scelta precisa: “Mi interessa che si diffonda il mio lavoro, non la mia faccia. Meno mi si vede e meglio è.”

Milano non è l’unico teatro delle sue incursioni. Anche Berlino, e presto altre città. “Purtroppo non ho collegamenti con altri street artist, credo mi snobbino tutti. Non ho mai partecipato a festival o a quelle cose che organizza il Comune con gli spazi predefiniti. Dovrei andare a mettere un’immagine ad Affori perché a Pisapia sta bene? Lo farei se poi dicesse a H&M che i suoi pannelli, se vuole, li mette solo in tangenziale. In realtà è tutto molto più semplice: il mio lavoro mi porta spesso all’estero, e ne approfitto per piazzare Beast in altre città.”

E i bersagli? Berlusconi, innanzitutto. “Non mi sono mai occupato di Berlusconi come personaggio in sé. Mi interessava il suo effetto su di noi, quello che ci è successo e quello che siamo diventati in vent’anni di ostaggio psicologico. Un discorso lunghissimo e doloroso, dal quale non siamo ancora usciti.”

Ora il mirino si è spostato su Renzi. “È un fuoriclasse: un mix di personalità, frasi fatte, credo politico, sorrisini e ammiccamenti. Vestirlo da rapper o da rockabilly è stato divertente, ma mai quanto vederlo in giubbotto di pelle abbracciato a due nonne sulla copertina di ‘Oggi’.”

La prossima provocazione? “Se te lo dico prima di farla, rido prima di farla. E mi passa la voglia di farla.”

Beast, lo street artist sbucato dalla nebbia (che regala sorrisi alla città)
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