Seimila iscrizioni in quarantotto ore. Un esercito di giovani menti del Politecnico di Torino con il fuoco imprenditoriale negli occhi, già pronti a sporcarsi le mani nel mondo del lavoro. Sono questi i numeri e i volti che hanno acceso la prima edizione del WTT – Wearable Tech Torino, andata in scena al Lingotto Fiere. Un debutto che ha funzionato più da palestra per il futuro che da fotografia reale di un movimento globale in piena ebollizione.
Perché il settore wearable, là fuori, sta esplodendo. In Cina il mercato dei dispositivi indossabili sfonderà il tetto dei due miliardi di dollari entro fine anno. Nel fitness, l’American College of Sports Medicine ha già incoronato questa tecnologia come trend regina del 2016. E poi c’è il capitolo salute, dove le promesse si sprecano: monitoraggio remoto dei pazienti, tracciamento dei parametri vitali, rilevazione degli spostamenti. E sullo sfondo, la grande partita dei Big Data in campo medico: come usare al meglio, per il paziente, lo tsunami di informazioni generate da tessuti intelligenti, bracciali, orologi e microcamere. Senza dimenticare l’ascesa prepotente del movimento Quantified Self, sospeso tra benessere, salute e un’ossessione quasi ansiogena per il controllo: numeri, statistiche, calorie bruciate, passi percorsi, qualità dell’aria respirata. Tutto misurato, tutto schedato.
Eppure, a Torino, tutta questa effervescenza globale si è vista poco.
Mancavano alcuni dei protagonisti più attesi: Apple, Samsung, GoPro, Jawbone. Assenti. Qualche gadget inviato da Google ha fatto capolino, più per cortesia che per reale presenza. Poco, troppo poco per un pubblico affamato ed esigente.
A tenere alta la bandiera ci hanno pensato alcune storie imprenditoriali di valore. Su tutte, quella di fitme+, startup incubata dal Polo Tecnologico di Pavia e vincitrice di una borsa di studio Mind the Bridge che la porterà dritta a San Francisco, a incontrare business angel nella Silicon Valley. Il progetto? Una video chat che connette una rete di personal trainer professionisti con chi non riesce ad andare in palestra, misurando le performance grazie ai dati raccolti proprio dalla tecnologia indossabile.
E poi GET, progetto tutto italiano ancora in fase di crowdfunding, con lancio previsto per fine 2016: una sorta di braccialetto-protesi dello smartphone, che permette di rispondere alle chiamate, dettare messaggi e leggerli senza mai estrarre il telefono dalla tasca. Il tutto a un prezzo che promette di essere accessibile.
Accanto a queste che possiamo definire a pieno titolo “wearable startup”, però, è mancata la sostanza per nutrire un pubblico numeroso e competente. E si è creata una certa confusione espositiva: giubbotti di ultima generazione per il laser game, stampa 3D di avatar personali, droni per ispezioni industriali, robotica medica d’avanguardia. Come se ogni etichetta dell’innovazione – makers, startup, digital, robotica – dovesse per forza orbitare attorno al termine “wearable”. Un cortocircuito che ha mescolato le carte senza un vero filo conduttore.
Resta il merito dei giovani soci di JEToP, l’organizzazione no-profit del Politecnico di Torino, che hanno avuto il coraggio di accendere una miccia. Quella che farà esplodere il fenomeno wearable anche da noi, e molto presto. Una scommessa che suona come uno schiaffo sonoro a chi continua a sminuire le nuove leve italiane.
