Canarias tiene un límite: il subvertising arriva a Tenerife

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Tre parole spagnole hanno fatto più danni all’immagine turistica di Tenerife di un intero decennio di recensioni negative su TripAdvisor. Canarias tiene un límite: le Canarie hanno un limite. Lo slogan è apparso per la prima volta su larga scala il 20 aprile 2024, quando circa 57.000 persone sono scese in piazza nelle otto isole dell’arcipelago. Solo a Santa Cruz de Tenerife ne hanno contate 30.000, secondo la Delegación del Gobierno. Ma il dato interessante, almeno per chi guarda alla cosa con occhio da culture jammer, non è il numero dei manifestanti. È la struttura retorica del messaggio.

Quando una frase diventa un’arma

Per capire perché Canarias tiene un límite funziona come operazione di subvertising e non come semplice slogan di protesta, bisogna ricordare cosa avevano in mente Mark Dery e Adbusters quando coniarono il termine nel 1991. Il subvertising non è la critica frontale alla pubblicità: è la sua imitazione invertita. Si prende la grammatica del messaggio commerciale, la si lascia identica nella forma, e le si cambia il segno. La pubblicità ufficiale delle Canarie ripete da decenni quattro concetti: paradiso, eterna primavera, sole, sabbia. Tutti concetti senza confine, espansivi, di abbondanza inesauribile.

Quattro parole — Canarias tiene un límite — bastano a ribaltare l’intera architettura semantica. Stessa terra, stessa estetica, stesso registro istituzionale. Ma dove la brochure prometteva infinito, lo slogan inscrive il finito. È esattamente il meccanismo del double take di cui parlava Adbusters: lo spettatore riconosce la forma del messaggio turistico, poi si accorge che il contenuto è stato sostituito.

I cartelli del 20A come spoof pubblicitario

Le foto della manifestazione del 20 aprile 2024 mostrano una galleria di subvertising da manuale. Las Islas Canarias no se venden, se aman y se defienden — le Canarie non si vendono, si amano e si difendono — è la riscrittura punto per punto del payoff promozionale “Islas Canarias, las afortunadas”. Somos extranjeros en nuestra tierra — siamo stranieri nella nostra terra — capovolge il claim “felices como en casa” che da anni accompagna le campagne di Turismo de Canarias.

C’è poi il caso El agüita pa’ las papas, no pa’l golf — l’acqua per le patate, non per il golf — che è probabilmente il pezzo di brandalism semantico più riuscito della stagione. Il riferimento è alle papas arrugadas, piatto identitario canario, contrapposte ai green degli sviluppi turistici di lusso che consumano acqua mentre a Tenerife veniva dichiarata l’emergenza idrica nell’aprile 2024. È un detournement che mette in tensione due immagini-mondo: quella autentica e contadina contro quella resort-driven. La pubblicità istituzionale ha sempre venduto entrambe come compatibili. Quel cartello dimostra che non lo sono.

La spiaggia come spazio occupato

Il 20 ottobre 2024 il movimento ha fatto un salto qualitativo dal cartello all’azione. Centinaia di manifestanti sono entrati a Playa de las Américas, nel sud di Tenerife, mescolandosi ai turisti sui lettini con bandiere, tamburi e cartelli Tourist go home. Una parte ha occupato fisicamente la spiaggia gridando esta playa es nuestra. La copertura fotografica di Diario de Avisos mostra una coppia di turisti immobile in mezzo al corteo, con quella faccia da brochure che non sa come comportarsi quando la brochure si rompe.

Due mesi dopo, a dicembre 2024, ignoti hanno imbrattato centinaia di lettini delle file numerate, quelle che a Tenerife vengono affittate a 15-20 euro al giorno. Il gesto rientra in pieno nelle pratiche di brandalism: non vandalismo cieco, ma intervento mirato sull’infrastruttura visiva del turismo di massa. Il lettino bianco numerato è il prodotto-feticcio della costa sud di Tenerife. Imbrattarlo significa attaccare il segno, non l’oggetto.

Quando il subvertising entra nella canzone popolare

C’è un altro episodio che merita attenzione, perché mostra come la sovversione abbia contaminato anche i registri non strettamente attivisti. Il gruppo comico canario Abubukaka, alla vigilia della manifestazione del 20 aprile, ha pubblicato sui social una nuova versione del Pasodoble Islas Canarias, l’inno popolare dell’arcipelago, riscrivendone i versi. Dove l’originale celebrava il giardino fiorito, la nuova versione cantava jardín convertido en solar — giardino trasformato in cantiere edile. È la stessa tecnica del detournement applicata al patrimonio musicale identitario: si mantiene melodia e prosodia, si sostituisce il senso. Adbusters lo avrebbe pubblicato in copertina.

Perché funziona

La forza di tutto questo dispositivo è che opera dentro la stessa economia simbolica che critica. Le Canarie sono un brand. Hanno un logo istituzionale, claim, campagne con budget a sette zeri, palinsesti pubblicitari sulle reti europee. Canarias tiene un límite non prova a costruire un contro-discorso parallelo. Si infila nel discorso esistente come un parassita semantico, per usare la parola che Marco d’Alessandro ha impiegato in un saggio del 2020 su Filosofi(e) Semiotiche. Lo svuota dall’interno.

Il risultato è che oggi, quando un’agenzia di viaggi italiana o tedesca scrive “Tenerife, isola dell’eterna primavera” in una pagina prodotto, una parte del lettore informato sente automaticamente l’eco dell’altra frase. Quella che dice che la primavera è finita, l’acqua manca, e gli abitanti vivono in camper. Questo è subvertising che ha vinto: ha contaminato la ricezione del messaggio originale anche senza più essere materialmente presente accanto a quel messaggio.

Cosa resta nel 2025

Le mobilitazioni sono continuate. Il 18 maggio 2025 quasi 100.000 persone secondo gli organizzatori sono tornate in piazza a Santa Cruz de Tenerife, mentre a Las Palmas se ne sono contate 40.000. Lo slogan è rimasto identico, segno che la formula non si è ancora consumata. È il marchio del subvertising riuscito: diventa riconoscibile come quello che voleva sovvertire, e altrettanto duraturo. Trent’anni dopo l’articolo di Dery sul New York Times, una vecchia tecnica di guerrilla communication continua a funzionare, sulle spiagge come sulle vetrine. Basta sapere dove infilarla.

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